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Diventare uno scrittore? Yes, you can! Intervista a Fabio Geda.

Diventare uno scrittore? Yes, you can! Intervista a Fabio Geda.
June 18, 2009 Gio

In quel solito cassetto c’è molto di più di un manoscritto: c’è un sogno. E solo chi scrive sa cosa vuol dire.

Il viaggio nel mondo dell’editoria, del giornalismo e delle possibilità per gli emergenti, si apre all’intervista: per capire quali vie percorrere per trovare una buona storia da raccontare, scriverla bene, e trovare qualcuno che investa su di noi.

Incontro Fabio Geda, torinese, classe 1972, educatore ancora attivo e attento, nella colorata biblioteca di Pianezza (TO), ulteriormente animata dalla serata culturale itinerante “Le mille e una cultura“, approdata nelle sue sale giovedi 11 Giugno.

Presenta il  libro “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” (2007), il romanzo d’ esordio da poco ristampato dalla Feltirnelli e, sebbene la sua seconda fatica (“L’esatta sequenza dei gesti , Premio Grinzane Cavour) sia già disponibile in libreria, gli occhi di tutti sono puntati verso le vicende del giovane protagonista, Emil, straniero in terra straniera, solo e in cerca del padre, una storia come tante in questo oceano di diversità che è diventata l’Italia negli ultimi decenni.

La reading del romanzo, con il sottofondo musicale dei Sans Papiers, gruppo torinese dalle sonorità etniche ed eleganti, scorre fluida: e mentre ascolto la sua voce mi viene voglia di chiedere a questo ragazzo semplice, dalla battuta pronta ma un po’ intimidito dalla folla, qual’è la sua, di storia.

Un po’ dal vivo, un po’ grazie alla tecnologia, Fabio Geda ha risposto alle mie domande.

Prima dell’esordio letterario del 2007, oltre a lavorare come educatore, scrivevi a livelli professionali (come giornalista ad esempio) oppure se sei arrivato direttamente in libreria?

No, io non lavoravo nell’editoria, non avevo contatti e non scrivevo sui giornali. facevo l’educatore e basta. Però scrivevo nel silenzio della mia cameretta, storie su storie mai pubblicate, mai nemmeno spedite, perchè io stesso mi rendevo conto delle loro mancanze. Il mio primo romanzo pubblicato è stato anche il primo che ho spedito.

Le difficoltà degli esordienti oggi sono la mancanza di buoni contatti e problemi economicI: i meccanismi delle case editrici (quando il libro è ritenuto valido, anche dopo molti no) partono solitamente dall’acquisto iniziale e personale di molte copie del libro, e non tutti possono permettersi una cosa del genere. A te come è andata? Hai ricevuto molti no prima del successo?

Rispetto a quello che dici sulle case editrici, io ti dico che no, non è affatto vero. Solo alcune case editrici chiedono l’acquisto di copie e a quelle io dico: non rivolgetevi. Mandate il manoscritto solo a case editrici che sono disposte a investire su di voi. Come si fa a scoprire quali sono? Semplice, quelle che sono in libreria. Le cosiddette case editrici a pagamento, di solito, non promuovono e non distribuiscono, le altre sì.

Il tuo libro, “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani“, parla di un ragazzino straniero come ce ne sono tanti in Italia, che spera di ritrovare suo padre, tra mille avventure e diverse storie intrecciate alla sua.   Anche ne “L’esatta sequenza dei gesti” parli di ragazzi difficili: la tua esperienza di vita è, ovviamente, palpabile in quella lettararia.

Colpito e affondato. Un buon consiglio per chi comincia a scrivere è: scrivete di quello che sapete. Che non vuol dire parlare di se stessi, ma usare le informazioni sul mondo di cui siamo a conoscenza per scrivere storie. Fate i panettieri? Scrivete una magnifica storia ambientata in una panetteria. Parlate di amore, di morte, di amicizia, delle solite cose, ma dentro una panetteria. Questo non basta a fare un libro, ma è una buona partenza.

Come mi hai detto, la scuola Holden, con la quale collabori, ti ha dato la possibilità di riscoprirti libero di scrivere e di cercare una storia tra tante, di individuarla. Ho iniziato a leggere il tuo primo libro, e mi sembra che della scuola Holden ci sia anche lo stile, una certa atmosfera, per così dire: quanto aiuta essere “crescere” lettarariamente in un certo ambiente rispetto poi al risultato finale?

Prendi me, Cavina, Longo, Poddi, Grossi, Lazzarotto, Giordano, Vasta, Varvello, Amato e altri di cui certamente mi sto scordando. Siamo tutti passati dalla Holden, chi più chi meno, ma siamo molto diversi gli uni dagli altri, come scrittura, come contenuti, come respiro. La Holden è anzitutto un luogo di confronto, e di letture. Chi scrive, a meno che non sia un licantropo, ha voglia e bisogno di confrontarsi con altri, di sentire le loro opinioni, di farsi le ossa, di andare a bottega ascoltando le esperienze di chi ha già maturato alcune idee. A maggior ragione un esordiente, che alla Holden può farlo.

Un’ultimissima domanda sul giornalismo: tu stesso hai un blog in cui racconti di te, e, leggo dal sottotitolo, di “infanzia, culture e narrazioni”. Cosa ne pensi dell’attuale crisi del giornalismo di carta stampata mondiale, e della migrazione di lettori e giornalisti professionisti sul web, con blog e siti specialistici?

Credo che i giornali ci saranno sempre, e credo che ormai sulla rete ci sia persino troppa informazione. Una redazione che faccia da filtro serve. Quello che credo dovranno fare, i grandi giornali, è passare sulla rete e affrontare i blog sul loro stesso terreno (cosa che già un po’  viene fatta). Questo se si parla di informazione “alta”. Se invece stiamo discutendo del valore del blog personale, della singola persona che condivide la propria esperienza di vita, be’, mi sembra uno spazio di cui si sentiva la mancanza, che ora c’è e che credo rimarrà.


Questo è Fabio Geda, un educatore ora scrittore, sempre dentro alle storie che  racconta. Un ragazzo come tanti, con un libro nel solito cassetto che non è solo un  manoscritto, ma un sogno, e che per lui è diventato realtà.

9 Comments

  1. akio 8 years ago

    brava gio!

  2. Claudio Gagliardini 8 years ago

    Gran bella intervista, complimenti all’autore e all’intervistato, che ridà un po’ di sana speranza a chi come me spera di poter pubblicare qualcosa in modo tradizionale, prima o poi. 😉

  3. Fabiana 8 years ago

    Niente da dire sulla giornalista 😉 , bella intervista!
    Con il signor Geda dissento invece completamente…
    le case che sono in libreria sono quelle a cui è permesso di starci, il che nn significa affatto siano le più serie santo cielo!
    che poi uno debba scrivere di quello che sa…e quale sarebbe il talento allora?
    sulla holden no comment…comprare 100 copie no e pagare 7000 euro all’anno per un corso sì?
    stiamo veramente attenti a chi cerca di regalare sogni…

  4. davide licordari 8 years ago

    Complimenti Gio, intervista molto interessante! e un applauso anche a Fabio Geda..

    @claudio: mai dire mai! 😉

  5. Gio 8 years ago

    @Claudio: L’intento era proprio quello. Intervistando Fabio ho cercato di puntare sull’esperienza di questo scrittore che, a tutti gli effetti, è un emergente del panorama letterario italiano. Mi pareva interessante parlare di come si fa a pubblicare, soprattutto se non si è nel “giro” della scrittura come Fabio stesso mi ha detto, sperando di entrarci. Grazie per i complimenti anche a
    @davide
    @akio
    @Fabiana: sapevo che l’intervista avrebbe destato discussioni, ma non posso essere io a rispondere a quello che tu chiedi, che pure è un punto di vista. UNico punto che devo rettificare, perché forse non si è capito dal pezzo: Fabio non è stato uno studente della Holden, dunque il discorso che tu fai non può applicarsi a lui. E’ un educatore, lo è stato e continua a lavorare con i ragazzi difficili di cui parla nei suoi libri.

    Un bacio!

  6. Fabiana 8 years ago

    infattti ti dirò che ho apprezzato l’intervista perchè stimola alcune discussioni…che bisognerebbe fare con lui a qst punto!
    cmq tranquilla…è chiaro che lui nn ha frequentato la holden…però è un po’ incoerente condannare chi ti chiede di comprare copie del tuo libro da un lato e dall’altro osannare una scuola che nn è un circolo culturale nè un luogo di ritrovo per amanti delle lettere ma una vera e propria scuola piuttosto elitaria e dalla retta altissima!

    un bacio a te gio!

  7. Morgana 8 years ago

    Complimenti per l’intervista ! Certo lui ha avuto fortuna ad essere pubblicato,molti ricevono troppi no pur avendo storie valide e interesanti. Ma se si ha quel sogno nel cassetto, bisogna provarci, anche pagando le spese, sempre che si tratti di una casa editrice seria.

  8. fabiogeda 8 years ago

    cara fabiana, dici:

    “le case che sono in libreria sono quelle a cui è permesso di starci, il che nn significa affatto siano le più serie santo cielo!”

    Non ho detto che tutte le case editrici presenti in libreria siano serie. Ma che quelle a pagamento molto raramente sono presenti in libreria. Sono due cose diverse. E la seconda è importante per un esordiente perchè un libro non esiste se è pubblicato, esiste solo se è distribuito. Un libro pubblicato che rimane in un magazzino è un libro che non esiste. A questo proposito consiglio la lettura del libro ESORDIENTI DA SPENNARE edito dal piccolo, ma molto serio, editore TERRE DI MEZZO.

    “che poi uno debba scrivere di quello che sa…e quale sarebbe il talento allora?”

    Non colgo il nesso. Cosa c’entra scrivere di ciò che si sa, col talento? Una cosa è la materia narrativa (scrivere di ciò che sai, o anche di ciò che non sai, se preferisci) altro è la capacità di trasformare la materia narrativa in una storia ben raccontata (per questo ci vuole un po’ di talento, ma non solo, anche tanto allenamento).

    “Sulla holden no comment…comprare 100 copie no e pagare 7000 euro all’anno per un corso sì? stiamo veramente attenti a chi cerca di regalare sogni”

    7000 euro costa il master, che non regala sogni ma una concreta occasione di lavoro nel campo dei media, dell’editoria, delle pubbliche relazioni. Alcuni ex masteristi holden sono diventati autori, sì. Gli altri invece, si guadagnano da vivere come professionisti della comunicazione. Quasi tutti sono occupati in case editrici, radio, televisioni, giornali, agenzie pubblicitarie. E credo siano contenti di esserlo. I corsi serali, come la Palestra Holden della quale mi occupo io, costano 300 euro e offrono per sette mesi, due sere a settimana, la possibilità di andare a praticare un’arte che piace (scrivere) insieme ad altre persone e ad alcuni professionisti. Non regala sogni, ma un modo divertente e utile di coltivare una passione. E il prezzo non mi sembra eccessivo, anzi.

    f.

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    […] – Non è così facile diventare uno scrittore. […]

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